LA MIA CROCE

Lo sai, Signore, quanto è duro
portare la croce, la propria croce.
Mi pesa terribilmente.
Mi fa soffrire, lamentare, arrabbiare.
Ho l'impressione mi distrugga,
lentamente ma inesorabilmente,
come un fuoco che consuma.
Sì, vorrei sfuggirle o cancellarla,
d'un tratto ritrovarmi senza zavorra.
Ma non è così. La vita non è così.
E allora guardo la mia croce dritta negli occhi.
E lì vedo altri occhi sofferenti,
anime ferite, sogni infranti.
Lì vedo tutte la fragilità dell'essere umano,
e comprendo che solo il perdono risana:
perdono chi condiziona e riduce la mia vita,
perdono chi me l'ha caricata sulle spalle,
perdono Dio, che ha permesso
che gli esseri umani facessero i conti con lei.
Perché insieme alla croce
ci ha concesso mille momenti per gioire e imparare,
mille meraviglie da contemplare e condividere,
e la promessa che la croce non durerà per sempre,
anzi, che il tempo in cui è sulle nostre spalle
è proprio nulla rispetto all'eternità.
Amen.




 
                                                     





Il passo più grande

La Parola di Dio che ascoltiamo questa domenica punta in alto, alla vetta della sequela del Cristo.  
Davanti a una folla numerosa che lo segue con entusiasmo, Gesù pronuncia un discorso scomodo, duro, radicale. Sono tre richieste che fanno tremare i polsi, ma hanno senso. 
«Se uno viene dietro a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Nella scala dei valori del cristiano, dunque, al primo posto non ci può essere che il Maestro e il suo Dio. 
«Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». La strada di Gesù è passata dal Calvario, nondimeno avrà una croce, per quanto diversa, chi ha scelto di seguirlo. 
«Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Gesù non possiede nulla, ma ciò gli consente di non avere legami con le cose e un’assoluta libertà. A questa libertà anche i suoi amici sono chiamati.    
Queste tre condizioni sono proprio le promesse di chi consacra la vita a Cristo, come sacerdoti e religiose. Eppure sono richieste rivolte a ogni cristiano, perché ognuno è destinato a mollare gli ormeggi per l’incontro definitivo col Signore, quando lasceremo i cari, le cose, la vita. Ma nulla sarà perso, perché davanti a noi ci sarà tutto questo, in modo differente, e molto di più.  


VANGELO VIVO 

A 18 anni sfidava il campione europeo di kick-boxing e i giornali parlavano di lui. Amava lo sport, che gli ha insegnato a raggiungere i traguardi con sudore e fatica; ma la sua vita non poteva essere tutta lì. Così a 25 anni si laurea in medicina e a 30 padre Francesco Rapacioli parte come missionario per l’India e il Bangladesh, dove la comunità cattolica (0,2% della popolazione) è un piccolo granello che cresce. «Il missionario è uno straniero per scelta», dice. «Scopre l’altro nel suo contesto: la fede, la sapienza, i valori. Noi testimoniamo Gesù e i popoli hanno bisogno di lui».

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